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Luoghi collettivi nella città contemporanea

Arch_BFDB_2020
Pubblicato da Marco Del Fedele in Interesse culturale · 16 Agosto 2021
Tags: MarcoDelFedeleraccontaunodeiprogetti
Il progetto quarantennale della pedonalizzazione del centro storico di Lugano dello studio  Buletti Fumagalli Del Fedele Bernardi architetti come chiave di lettura dell’evoluzione recente della società e della città rispetto alle cui esigenze gli architetti si pongono come interpreti, tenendo fede ai principi a suo tempo individuati e sapendoli adattare allo sviluppo progressivo degli interventi. Muovendo da tali premesse, l’incontro con l’architetto Marco Del Fedele ha rappresentato un’occasione preziosa per cogliere lo spirito che ha dato vita al progetto, per sviluppare alcune riflessioni sul suo articolarsi e sulle prospettive future.

Il tema è ampio e il progetto  complesso. Come premessa è importante sottolineare che il progetto è  nato da un lato dalla richiesta delle autorità politiche e dall’altro è  stato concepito dagli studi degli architetti Paolo Fugamalli, Mauro  Buletti e Gianfranco Rossi. Chi ha condotto tutta questa operazione nel  tempo, con costanza e pazienza, sapendo adattare i principi di base  all’evoluzione del progetto e rappresentando il trait d'union con la committenza è stato l’architetto Mauro Buletti.

Si tratta di uno dei progetti più ampi  di riordino urbano del Ticino: la pedonalizzazione di cui parliamo è  molto estesa, sono 30'000 m2 di superficie, vale a dire otto campi da calcio. È un’opera importante anche se non sempre percepita come tale.
 
La riqualificazione dello spazio urbano  passa attraverso vari elementi: la pavimentazione è certamente quello  più evidente, ma ve ne sono anche altri che concorrono a dare intensità  all’insieme: le presenze pubbliche e private degli edifici esistenti  e in modo particolare la vita delle persone che si impossessano degli  spazi, li riempiono e li rianimano.

Il progetto partecipa così passivamente  allo sviluppo della città offrendo ambiti di qualità, luoghi che non  solo si percorrono velocemente ma vere e proprie zone di incontro e di  sosta.

Il progetto si è sviluppato in un  percorso quarantennale anche perché il disegno urbano ha bisogno di  pazienza, condivisione ed è composto di tanti frammenti diversi. Da una  parte si cerca unitarietà, ma essa è messa in discussione ogni volta: si  parte dai principi, da un decalogo di cose che entrano nel linguaggio  da adottare nel tempo, e si arriva alla specificità degli spazi, alle  committenze. Anche se la città è una committenza, le autorità pubbliche  variano e insieme all’ente pubblico cambiano la società, le esigenze, il  contesto (esercenti, fruitori, turisti). Per questo, leggere un  progetto di quarant'anni è affascinante e il risultato è soddisfacente  perché quando si percorre la città si ha la sensazione che si tratti di  uno spazio unitario nato in poco tempo, percepito come insieme in tutte  le sue sfaccettature e non come progetto “a episodi”.

Il progetto comunque non è stato  continuo ma ha avuto momenti di arresto. È nato nel 1978 sviluppandosi a  seguito di una volontà politica volta non solo alla riqualificazione ma  anche alla pedonalizzazione del centro storico, intuizione non scontata  per l’epoca: rivedendo alcune fotografie dell’archivio del fotografo  luganese Vincenzo Vicari (1911-2007), risalenti agli anni Settanta, si  può infatti osservare come tutto in città fosse fondato sull’automobile,  e come molti edifici nascessero in funzione di essa. Volendo il  progetto riqualificare il centro storico come pedonalizzato, il primo  passaggio è stato individuare i limiti dell’estensione dello stesso  (dalla odierna Pensilina fino al lago, rispettivamente dal quartiere  Maghetti fino a piazza Luini), per poi procedere secondo priorità. Il  progetto, nato e concepito unitariamente, è stato poi sviluppato in tre  grandi tappe.

Durante i primi cinque anni è stata  realizzata la parte centrale, partendo da via Canova per poi procedere  in piazza Dante e scendere in seguito verso via Nassa. Dopo questa prima  grande tappa il progetto ha avuto quindici anni di sosta per ragioni  legate all’ente pubblico. Il meccanismo si è rimesso in moto  successivamente con interventi più piccoli, come il comparto della  salita Chiattone, via Peri, via Ariosto, per passare in seguito alla  piazza Luini e il comparto LAC.

Nel 2001 è arrivato il concorso  internazionale del lungolago, vinto dagli stessi architetti, che  rappresenta la logica conclusione del progetto di pedonalizzazione e  dello sviluppo del rapporto tra la città storica e il lungolago.

Lugano non è una città a lago (fronte lago) ma sul lago.  Storicamente il lago è stato luogo di lavoro per i pescatori delle  origini e solo in seguito, con l’avvento della ferrovia, del turismo e  con i cambiamenti dell’economia, è iniziato un rapporto di  considerazione diretto e preciso dello stesso. I primi ad abbozzare  l’idea di un boulevard, il Quai, furono proprio i proprietari  privati dei palazzi lungo la riva. L’intuizione era quella di creare un  grande viale alberato lineare che facesse percepire una certa continuità  della riva, intervallato solo dall’innesto delle piazze. Spazi un tempo  molto goduti per la passeggiata e la sosta lungo le rive.

Ad oggi il progetto del lungolago, dopo  i necessari aggiustamenti del Piano Regolatore al progetto vincitore  del concorso, si è fermato al progetto di massima (2013), ma il recente  mandato di studio in parallelo esteso all’area da Paradiso fino a  Cassarate rappresenta un’occasione per ripartire con decisione e una  visione più ampia in risposta alle sempre più frequenti richieste di  spazi pubblici, in particolare in rapporto con l’acqua. Decisivi saranno  pure l’integrazione dei progetti per la mobilità lenta, la riduzione  della velocità veicolare e delle misure complementari necessarie per la  riduzione sostanziale del traffico veicolare.

Ad oggi, va sottolineato come piazza  Luini risulti ancora incompiuta. Nel progettare e disegnare quest’ultima  si è immaginato che la forza dell’edificio della cultura, che integra  la Chiesa di Santa Maria degli Angioli  con il suo affresco (il patrimonio più importante di Lugano), dovesse  avere una sua proiezione sul lago, a sottolineare la scala e la  puntualità di questa porta di entrata. Ecco quindi che la zona  antistante non può ridursi a un passaggio inosservato, e anzi è  necessaria per valorizzare la piazza interna. Quella che si vede oggi  sul posto è una prima tappa del progetto; l’idea è di ridisegnare il  fronte riportando le geometrie dell’esistente, della parte retrostante,  per sottolineare questa presenza a lago. L’attraversamento dei mezzi  sulla piazza diventerà secondario, ecco il perché della continuità della  pavimentazione. Attraverso l’impostazione geometrica e la presenza del  disegno a righe, sono state poste le basi per la prosecuzione del  progetto.

Bisogna inoltre tener presente che  questo tipo di progetto presenta delle sottostrutture che lo  condizionano: il disegno urbano parte sì dall’idea di pedonalizzazione  ma anche dall’esigenza di rifare le infrastrutture. La parte  preponderante dal punto di vista economico sta sottoterra (ad esempio,  condotte e infrastrutture tecniche), e alle volte è faticoso coniugare  il mondo sotto la terra con quello sopra la terra. A condizionare il  tutto ci sono poi le esigenze private, i diversi dislivelli e varie  richieste in dettaglio con relative norme che diventano vincolanti (come  nel caso delle fermate del bus, misure a favore di persone diversamente  abili, ipovedenti).

Per quanto riguarda la parte  del progetto al centro del lungolago, il gesto è stato quello di mettere  in comunicazione le tre zone attorno al Municipio per valorizzarlo come  elemento fulcro e far risaltare la sua posizione a perno. Le tre  piazze, dai caratteri e dalle funzioni attualmente molto diverse, sono  state concepite in modo unitario ma secondo specifici caratteri; piazza  Rezzonico e piazza Manzoni hanno carattere ludico e piazza Riforma è la  piazza dei caffè e della tranquillità. Da qui è nata l’idea di  introdurre nella pavimentazione della parte a lago una matrice di una  geometria a quadratini dal disegno minimo. Per quanto riguarda piazza  Riforma, è stata mantenuta la pavimentazione esistente di un materiale  unico, la porfirite. La piazza, molto ben definita e senza necessità di  essere precisata, è stata presa come base di partenza e riferimento per  la scelta dei materiali di tutto il progetto. Paolo Fumagalli  sottolineava a tal proposito il bisogno di un disegno legato al luogo.  Non è stato imposto tout court alla città per raggiungere  continuità, ma si sono utilizzati una serie di elementi adattati sempre  alle specifiche piazze e quartieri.

Ultimo tassello del progetto in ordine  cronologico è il comparto di via della Posta e la ricucitura attraverso  le strade trasversali tra il centro storico, piazza Dante e il quartiere  Maghetti. La liason tra via Magatti e via della Posta  rappresenta un cambio importante di gerarchie e priorità perché con il  nuovo terminal del bus si sono rivisti i percorsi a favore dei pedoni e  di uno sgravio dei mezzi veicolari.

Contrada di Verla era l’imbocco verso  il quartiere Maghetti e presentava una difficile ricongiunzione con via  della Posta e il piazzale ex-scuole: questo è stato spesso un non luogo  per la città e pure ha sempre avuto un grande flusso pedonale nella  direzione est ovest. Qui l’obiettivo di progetto è stato quello di  trovare un flusso più continuo e diretto per il pedone e soprattutto  creare un luogo di sosta e di entrata verso lo spazio del nodo  intermodale che potesse dialogare con via della Posta e, sullo sfondo,  il lago. La collocazione di una fontana ha contribuito a creare un luogo  di sosta; la fontana permette un accostamento, non limitandosi a essere  una fonte d’acqua rinfrescante e rigenerante ma anche una sorta di vera  e propria panchina. Non si è voluto disegnare un monumento, ma è la  pavimentazione stessa, modellata, che contiene l’acqua e al contempo  stabilisce verso sud un rapporto diretto con il lago sullo sfondo. Lungo  via della Posta il nuovo marciapiede – allargato e sottolineato da un  filare alberato – definisce un asse di collegamento con piazza Manzoni.

Il carattere arricchente di questa  esperienza risiede nell’incidere veramente sul luogo pubblico per  eccellenza: realizzare un edificio pubblico è definire un nuovo  riferimento urbano, edificare un edificio privato significa partecipare  a un contesto, ma segnare direttamente lo scenario urbano rappresenta  qualcosa di più ampio, che impone il confronto diretto con le esigenze e  le sensibilità della società, che necessita il più ampio senso della  responsabilità e interventi di qualità. Ecco allora che per gli  architetti sorge la necessità di fare un passo indietro, di contenere  gli entusiasmi e i personalismi tenendo sempre presente che il valore di  questi interventi va al di là dell’oggi e si proietta nel tempo  a venire, ribadendo il senso e la vocazione dell’architettura a favore  dell’uomo e della città.

Il racconto di Marco Del Fedele è stato raccolto e riportato da Manuel Bellagamba per Archi 4 2021





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